Da Dio al Mercato: 11. Il Tempio di Castore

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di Alessandro Freddi

(segue: 10. Due eredità, un solo Capitalismo)

Roma, II secolo avanti Cristo. Nei pressi del Tempio di Castore, ai margini del Foro, alcuni uomini si scambiano quote di una compagnia. Non terra, non schiavi, non grano: pezzi di carta che rappresentano un diritto su un appalto pubblico, e che valgono qualcosa solo perché qualcun altro è disposto a comprarli a un prezzo più alto di quello pagato. Quando Cicerone, anni dopo, accusa il tribuno Publio Vatinio di corruzione, getta sul piatto un dettaglio che ai suoi contemporanei doveva sembrare ovvio: parla di “azioni che avevano in quel momento un prezzo elevatissimo”.

Non era una borsa valori nel senso che diamo oggi a quella parola: non sappiamo se esistesse un listino regolare, procedure di negoziazione standardizzate, un luogo fisico stabile di contrattazione continua. Ma quote che cambiano proprietario, che hanno un prezzo, che quel prezzo lo vedono salire e scendere: questo le fonti lo attestano. È un mercato secondario, embrionale e per noi in larga parte opaco — ma reale.

Un’economia di appalti, non di azionisti

Polibio di Megalopoli, storico greco che osservò Roma dall’interno durante i decenni della sua ascesa imperiale, descrive nel sesto libro delle Storie qualcosa che lo lascia visibilmente stupito: quasi ogni cittadino romano, scrive, è in qualche modo coinvolto negli appalti pubblici. Ma il brano è più preciso di quanto la sintesi suggerisca: Polibio distingue chi prende personalmente gli appalti, chi vi partecipa in società, chi garantisce per gli appaltatori, chi infine dà in deposito i propri beni all’erario come garanzia. Quattro ruoli diversi, non tutti coincidenti con il possesso di una quota societaria. Essere coinvolti nell’economia degli appalti — come garante, come fornitore, come depositante — non equivale a essere azionisti nel senso che diamo oggi a quella parola. Ciò che Polibio descrive è una società in cui la vita economica diffusa passava per gli appalti statali, non necessariamente una società di piccoli investitori azionari.

L’intero sistema — strade, riscossione delle tasse nelle province, vettovaglie per gli eserciti, sfruttamento delle miniere pubbliche — era comunque gestito da compagnie private: le societates publicanorum, le società dei pubblicani. Ernst Badian, nella sua ricerca classica sui pubblicani, ne ha ricostruito le tre grandi categorie di contratti: la fornitura di beni e servizi allo Stato, lo sfruttamento dei beni pubblici come miniere e porti, la riscossione delle imposte nelle province. I contratti militari erano i più lucrativi. Nel 215 avanti Cristo, in piena guerra contro Cartagine, un contratto per l’approvvigionamento delle legioni in Spagna valeva più di ottocentomila denari: quanto la paga annua di diecimila soldati. L’appalto per l’acquedotto Marzio, a metà del II secolo, ammontava a quarantacinque milioni di denari: più o meno l’intera fortuna di Marco Licinio Crasso, l’uomo più ricco di Roma. Questi non erano contratti tra privati di poco conto. Erano una parte rilevante della spina dorsale finanziaria dello Stato.

Quattro caratteristiche, non quattro certezze

Le compagnie che gestivano questi appalti non erano semplici associazioni informali di commercianti. Ulrike Malmendier, nella sua ricerca sul diritto romano e le origini degli strumenti finanziari moderni, ha isolato quattro caratteristiche che distinguevano la societas publicanorum dalla società commerciale ordinaria: la rappresentanza — un singolo manceps, letteralmente “colui che prende in mano”, poteva vincolare contrattualmente l’intera compagnia nelle aste pubbliche tenute nel Foro; la continuità — l’ente non cessava di esistere necessariamente alla morte o all’uscita di un socio; la raccolta di capitali esterni attraverso quote, le partes, acquistate da investitori — i participes — che secondo alcune fonti non rispondevano personalmente dei debiti della compagnia; e una qualche capacità di agire collettivamente in giudizio e possedere beni.

Va detto con la cautela che la materia richiede: gli storici discutono ancora quanto questa autonomia fosse stabile, generalizzata e giuridicamente equivalente a ciò che intendiamo oggi per “personalità giuridica”. Molti preferiscono parlare di autonomia funzionale o capacità processuale limitata, piuttosto che di una persona giuridica in senso pieno e moderno. Le quattro caratteristiche di Malmendier non sono le quattro colonne identiche della corporation contemporanea, sono elementi significativi, alcuni meglio attestati di altri, che indicano una direzione: Roma stava risolvendo, con gli strumenti giuridici a disposizione, problemi organizzativi che il Capitalismo avrebbe dovuto risolvere di nuovo, da capo, molti secoli dopo.

Un prezzo che si muoveva, per ragioni che intuiamo solo in parte

Le quote venivano comprate e vendute nel Foro, pare nei pressi del Tempio di Castore. Le fonti ci dicono che il loro prezzo non era fisso: Cicerone parla di azioni dal prezzo elevatissimo proprio nell’anno in cui, nota Badian, le tariffe per la raccolta delle tasse si abbassarono — una coincidenza che suggerisce un nesso fra clima politico-fiscale e valore delle quote. Non sappiamo quanto fossero frequenti gli scambi, chi avesse accesso privilegiato alle informazioni, quanto fosse liquido questo mercato. Quello che possiamo dire, con la cautela che le fonti impongono, è che il valore delle partes reagiva a eventi pubblici, non era un valore congelato al momento dell’emissione.

Catone il Censore, in un aneddoto tramandato da Plutarco, consigliava agli investitori di entrare in un grande consorzio di cinquanta soci e altrettante navi, tenendo per sé una quota sola. È un consiglio di prudenza nella distribuzione del rischio commerciale: chiamarlo “diversificazione del portafoglio”, con tutto ciò che quel linguaggio evoca per un lettore di oggi (fondi indicizzati, asset allocation), sarebbe proiettare sull’aneddoto una sofisticazione che la fonte non descrive. Ciò che Catone raccomanda è più semplice e già di per sé notevole: non mettere tutto il proprio denaro in una sola nave.

Cicerone, nelle orazioni Pro lege Manilia e In Verrem, parla dei pubblicani con una mescolanza di rispetto e fastidio: sa che sono necessari al funzionamento dello Stato, sa che i loro interessi divergono talvolta da quelli della res publica, sa che i loro legami con il Senato li rendono difficilmente controllabili. Nelle Verrine (il processo contro il governatore corrotto della Sicilia) mostra come i pubblicani siciliani siano stati depredati insieme ai contribuenti, con contratti violati e profitti legittimi compromessi. Cicerone non formula una teoria dell’inviolabilità del mercato: questo sarebbe un linguaggio estraneo al suo mondo. Sostiene, più semplicemente, che Verre ha abusato del potere e violato accordi vincolanti. Ma è difficile non leggere in filigrana, nella sua indignazione per contratti calpestati e aspettative di profitto tradite, qualcosa che un lettore moderno riconosce: l’idea che le regole dello scambio debbano valere anche per chi detiene il potere politico.

Furono capitalisti?

La domanda ha animato per decenni il dibattito tra gli storici dell’economia antica. La risposta di Moses Finley, il grande storico che aveva sistematicamente resistito alla tentazione di modernizzare il mondo greco-romano, è stata un no netto: il sistema dei pubblicani era dipendente dal potere politico più che dal mercato, privo di quella razionalizzazione contabile sistematica e di quel reinvestimento del profitto orientato alla crescita che definiscono il Capitalismo come sistema integrato.

La storiografia successiva, Malmendier inclusa, non ha demolito questa tesi: l’ha corretta su alcuni punti, lasciandone intatto il nucleo. Finley aveva probabilmente sottovalutato la sofisticazione di certi strumenti finanziari romani e l’iniziativa privata che li animava. Ma restano vere le sue intuizioni di fondo: la politica dominava l’economia romana più di quanto l’economia dominasse la politica, il prestigio sociale contava quanto e più del profitto, il capitale non veniva sistematicamente reinvestito per massimizzare una crescita che, semplicemente, non era un obiettivo concepibile in quei termini. Mancavano una contabilità nel senso moderno, banche d’investimento, mercati finanziari integrati su scala continentale. Pesava, sopra ogni altra cosa, la schiavitù come motore produttivo: qualcosa che nessuna analogia con Wall Street può fare a meno di tacere.

Ciò che resta, depurato dall’eccesso di entusiasmo, è una tesi più modesta ma più solida: i pubblicani non erano capitalisti in senso pieno, ma avevano sperimentato, per risolvere problemi pratici di scala imperiale, alcuni strumenti istituzionali — la quota trasferibile, la rappresentanza collettiva, una qualche continuità dell’ente al di là dei singoli soci — che il Capitalismo avrebbe poi dovuto reinventare. Non le fondamenta del Capitalismo. Un esperimento isolato, interrotto, che anticipa senza determinare.

Roma costruì questi strumenti per risolvere un problema pratico: come finanziare un impero senza uno Stato burocratico capace di gestirlo direttamente in ogni sua parte. Con la caduta dell’impero d’Occidente quegli strumenti specifici — il mercato delle partes, l’assemblea dei participes — caddero in disuso. Ma il diritto romano non scomparve: sopravvisse nell’Impero d’Oriente, fu codificato nel Corpus Juris Civilis di Giustiniano nel VI secolo, e fu riscoperto e studiato sistematicamente nelle università medievali: a Bologna, già a partire dall’XI secolo. Non una cancellazione totale seguita da una riscoperta miracolosa, ma una trasmissione lenta, frammentata, spesso indiretta. Quando il Capitalismo medievale e poi moderno si trovò a dover costruire i propri strumenti finanziari, trovò un’eredità giuridica già elaborata — non identica a ciò di cui aveva bisogno, ma un punto di partenza che nessun’altra civiltà europea avrebbe potuto offrirgli.

La domanda che resta aperta non è se i Romani avessero Wall Street. Non l’avevano. La domanda è quanto della nostra grammatica finanziaria — la quota, la rappresentanza, il capitale che cambia mano a un prezzo che nessuno controlla del tutto — porti ancora, sotto la superficie, l’impronta di un esperimento romano che non arrivò a compiersi.

(segue)

Fonti

Badian, Ernst – Publicans and Sinners: Private Enterprise in the Service of the Roman Republic, Blackwell, Oxford 1972.

Cicerone, M. Tullio – Orazioni, vol. I, UTET, Torino 1978.

Finley, Moses I. – L’economia degli antichi e dei moderni, Laterza, Roma-Bari 1974.

Malmendier, Ulrike – «Law and Finance “at the Origin”», Journal of Economic Literature, 47, 2009, pp. 1076–1108.

Polibio – Le Storie, vol. II (libri VI–XII), Mondadori, Milano 1955.


Indice articoli pubblicati

Da Dio al Mercato

1. Il tempo di Dio

2. La parola libertà

3. Achille, kleos e Capitalismo

4. Il banchetto e il contratto

5. I tre ordini del mondo

6. La parte maledetta

7. La casa degli schiavi

8. L’obolo di Caronte

9. Quando “economia” significava un’altra cosa

10. Due eredità, un solo Capitalismo

11. Il tempio dove Roma scambiava le sue quote

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